in TRAlinea Testi a fronte, primavera, 2003
Il movimento compositivo di Un jour, un être de lumière…. di Bruno Cany
“I temi sono come appaiono o affiorano alla mia coscienza. Lavoro su e con
l’inconscio. Ecco perché il discorso sulla poesia e la figura del poeta sembrano
a volte essergli attribuiti e talvolta essermi attribuiti” scrive Bruno Cany a
proposito di questo testo. “C’è in me, in effetti, in questo confronto delle
nostre due concezioni della poesia uno spessore d’indeterminazione: vale a dire
il ‘dibattito’ così come esso avviene nelle zone più profonde di me”.
Il principio compositivo di questo testo, secondo le preziose indicazioni
suggeritemi dallo stesso Cany, è l’alternanza nell’articolazione delle
parti.
Prima regola di composizione per le sequenze 1,3,5: i capoversi sono atomizzati,
vale a dire separati gli uni dagli altri da un’interlinea. Ogni capoverso deve
essere (relativamente) chiuso su se stesso, concentrato sulla propria parte
d’energia. La composizione è quella di un montaggio o di un sistema di densità.
Seconda regola: le sequenze 2 e 4 sono composte in modo inverso, vale a dire in
serie di capoversi. La composizione diviene fluidità.
I – Apertura tematica e contestualizzazione dei protagonisti.
Ciò che vi è di comune alla poesia e alla teologia: la metafisica della
sofferenza. Ciò che separa la religione dalla poesia: il corpo collettivo del
Cristo e il corpo individualista del poeta attuale.
La “scommessa della Poesia” è un calco della “scommessa di Pascal” sul “Dieu
caché”.
II – Meditazione sull’essere di luce, sull’essere del poeta e, implicitamente, sui loro legami. Ciò che caratterizza la creatura di luce come poeta, ma anche come persona, è la paura del senso: i suoi discorsi ellittici e talvolta risolutamente frantumati: enigmatici e oscuri.
III – La religione cristiana: “Infinito, niente” di Pascal. Il poeta, come lo concepisce Cany, cerca di liberare il suo disegno di parole da quello concepito dalla creatura di luce: l’insieme è sintetizzato da “oltre il possibile” che si oppone sia all’“impossibile” della religione che al “possibile” dell’ateismo. Intrecciata a questa meditazione concettuale, una meditazione carnale sull’unione dell’uomo e della donna (anima e corpo confusi) e sull’emozione davanti al corpo nudo dell’essere amato nella penombra del ‘dopo l’amore’.
IV – La religione moderna: “Dio è morto” di Nietzsche. Discussione filosofica. Dopo la meditazione sulla religione cristiana, ecco la meditazione (critica) sulla religione dell’uomo. “Il senso del divino” è una citazione di Pascal. La fede come angelo biondo è un adattamento (capovolgimento) di Kierkegaard: il salto che reclama la fede.
V – Il secondo capoverso istituzionalizza lo scetticismo agnostico del poeta. Il quarto corregge il Paradosso assoluto di Kierkegaard. Il quinto è un’immagine che sorge dalla sua poesia. La fine è tenuta aperta dalla sua ambiguità.
Bruno Cany, La poesia in prosa, una lotta per la Poesia
Ho scritto, da adolescente, spontaneamente in verso libero. Ma ben presto mi
sono trovato a confronto con un problema simile a quello che l’inquadratura pone
al cineasta: dove bisogna tagliare? Nell’incapacità di dare una risposta
soddisfacente, ho abbandonato il verso (salvo che per gli esercizi di
traduzione), perché non sono più riuscito a piegare la lingua materna alle
esigenze del verso metrico: non giungendo il mio orecchio ad ascoltare la lingua
odierna nel quadro di una lunghezza regolare.
E non conosco nessuno, in Francia, che vi sia giunto in modo del tutto
soddisfacente. La scelta della prosa per fare della poesia s’inscrive dunque in
questa duplice insoddisfazione che ho provato quando lavoravo sul verso. Ma a
ciò si aggiunge che la mia mancanza di fiducia strutturale ritrova fiducia in
situazioni paradossali, non istituzionali. Ancora oggi, in Francia – e questo
malgrado i successi così eclatanti, numerosi e prestigiosi da Bertrand a
Baudelaire, da Jacob a Reverdy e da Ponge a Michaux – non è ancora considerata
come vera poesia! Scrivere poesia in prosa equivale dunque a combattere
poeticamente per la legittimità di questa forma non evidente. E la poesia in
prosa è, per me, il luogo dove la mia lingua trova il suo compimento e, in un
paese smaliziato in tema di dibattiti letterari o poetici, forse l'ultima lotta
da affrontare è l’integrazione della prosa poetica nella poesia.
Contrariamente a numerosi miei amici, non penso che la poesia debba risolversi
nel verso. La poesia è prima di tutto un’idea e un fine (un progetto estetico e
letterario), mentre il verso non è altro che una forma e un mezzo. Insomma: se
ognuno, fin dall’infanzia, sa che non basta scrivere versi per fare opera
poetica, nell’età adulta può inferirne che si può fare poesia con mezzi diversi
dal verso. Ciò che, infatti, consente ad una poesia, in versi come in prosa, di
essere opera poetica, è la sua ricchezza e la sua riuscita sul piano sia della
composizione tematica che sonora.
Il lavoro compositivo ha oggi per dovere estetico la lotta contro il dilagare
dei divieti che affollano ed impoveriscono in modo così pericoloso la nostra
poesia al punto che essa viene letta quasi solamente da quelli che la fanno!
Chi non ha mai sentito i ‘santoni’della poesia ripeterci, qui e là, che essa non deve essere narrazione o dialogo, che non deve essere lunga e soprattutto in prosa, che non deve trattare temi politici o sociali, né tanto meno confrontarsi con la metafisica, la psicologia o la filosofia. La prosa poetica, per l’appunto, offre alla poesia il potere di trascendere l’uno o l’altro di questi divieti. Si tratta di un formidabile cavallo di Troia anti-castrazione contro tutte le riduzioni che impoveriscono la nostra concezione attuale della poesia: mostrandosi come forma informe, le offre nuovi territori senza i quali non potrebbe più vivere.
Ancora una parola per concludere sul mio Un giorno, una creatura di luce: coevo dei difficili inizi di un incontro impossibile, questo testo diviene il catalizzatore dei dibattiti e dei fasti di allora. Racconta il lavoro della coscienza poetica, la quale si mostra nella misura in cui è compresa dai pensieri e dalle emozioni originati da questo incontro che, pur essendo stato uno scacco sul piano personale, è risultato essenziale sul piano poetico della sperimentazione di nuovi territori.
Bruno Cany, poeta e scrittore, insegna antropologia filosofica a Parigi VIII. Membro del comitato di redazione della rivista Action poétique, ha pubblicato di recente l’opera Homère. Une anthropologie poétique de la vérité (l’Harmattan, 2001), oltre ad alcune traduzioni di canti dell’Iliade e del Poema di Parmenide. Non riunite in volume, le sue poesie in prosa sono tuttora disperse tra riviste, giornali, opere collettive e altri libri d’artista.
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