LETTERA IX

Oh... mio povero Conte, siete malato e malato d'amore. Il caso è singolare! I miei rifiuti vi costeranno la vita..., non mi credevo così temibile! E non osate morire..., i posteri mi considererebbero una donna spietata e forse non lo merito. Qualche poeta apporrebbe sulla vostra tomba un epitaffio ridicolo, nel quale sarei ingiuriata e io non voglio essere un soggetto di conversazione di quei Signori.
D'altronde, morendo per me, quale ricompensa esigete? Volete compiacervi di farmi spargere lacrime di cui non godreste? E quale soddisfazione avreste quando, disperata per la vostra morte, andrei sulle rocce deserte a stancare gli echi con i miei rimpianti e a lamentarmi con gli dei crudeli della perdita di Tirsi? Le mie lacrime non valgono in verità il dolore che sopportereste per farle scorrere e abbiamo, noi altre donne, un carattere così frivolo che forse non piangerei affatto per voi. Dimentichiamo tanto presto un amante vivo, che non dobbiamo ricordarci a lungo dei morti. 
Senza soffermarmi qui su ciò che le altre donne potrebbero fare in una simile occasione, vi dirò in tutta sincerità che nessuna è più frivola o civetta di me. Vedova di un amante, ne prenderei subito altri tre per consolarmi. Ne bastano meno per porre rimedio a una perdita così dolorosa? Così sappiate, voi che non siete amato, che soffrirei molto poco per la vostra morte. Voi che non siete amato... Quanto mi sembrano dure queste parole! Perché essere così severi? E quale rischio si corre nel dire a voi, povero moribondo, che siete un poco amato? È necessario pensarlo? Perché queste parole mi costano tanto? Voi me le avete dette tante volte, con tanta grazia, con tanto affetto. Quale inconveniente nel ripetervele, soprattutto nello stato in cui siete? Che uso potete fare di queste parole? Mi sembra perfino che vi sia più malizia che bontà nell'assicurarvi che vi amo; finché la vostra malattia durerà, sarà un piacere per me dirvelo. Mi vedrete prendere a cuore le vostre sofferenze; sarò così dolce, così piena di attenzioni, che vi dispererete se, recuperando la salute, perderete così tanti favori...
Siete più pericoloso di quanto pensassi: ammalarsi per commuovermi! In verità l'idea è singolare. Non vi consiglierei di farvi ricorso con tutte le donne; non credo che con un tale stratagemma otterreste grandi successi. Sarebbe in ogni modo curioso se l'aveste fatto apposta; perdonatemi quest'idea folle ma, in verità, ho un’opinione tanto negativa sugli uomini, da credere che non vi siano tipi di artifici ai quali non ricorrerebbero per ingannarci. Ma cosa potreste aspettarvi? Un disprezzo eterno, se sapessi che fingete di essere malato, o un po' di compassione, se è vero che siete malato; e tutto questo, poiché rendete l'onore di questa indisposizione alla mia crudeltà. Vi assicuro che lo terrò in considerazione e che crederò, se vi rimettete, che non abbiate potuto far meglio.
Addio, Conte, non morite! Pensate che prendo a cuore le vostre sofferenze, siate ottimista, baciate la mia lettera; fate infine tutte le follie di un uomo molto innamorato: non vi è nulla che non vi perdoni; ma pensate soprattutto che sarà l'amore solo a determinare la vostra sorte. Addio. 
Speravate che vi avrei scritto. Come sono felice che anche essendo disposta a fare tutto quello che desiderate, non possiate esigere nulla di più! Mio povero Conte…