LETTERA XIX Non vi ho visto
ieri, mio caro Conte, ma non potevo oppormi a quanto mio marito aveva
progettato, e sebbene provassi poco entusiasmo per la visita che mi
proponeva, troppa resistenza avrebbe potuto insospettirlo, e finché lui non nutrirà dei
dubbi, la nostra felicità non sarà minacciata. Ieri ci recammo dunque da sua madre. Che
compagnia! Non avevo bisogno del cattivo umore per trovarla insopportabile. Vi regnava un'impudenza e una supponenza
inimmaginabili. L'insulso Marchese di ***, un po' malato, un po' innamorato, una grande mosca sulla
fronte, pallido, mormorando l'aria di un'opera, guardava languidamente l'austera Madame di H***
che, con un'aria devota e contrita, sospirava sensualmente per il Cavaliere di N***, che nel contempo diceva delle rispettose insulsaggini alla figlia della
bigotta. Madame *** e Mademoiselle ***, distese su un canapè, erano impegnate a dire tanto male degli
uomini, quanto gli uomini ne pensano di loro. Mio marito, chinandosi con
noncuranza, chiedeva nel modo più pudico, alla stucchevole Madame di G***, le cose che al mondo lo sono
meno. La preziosa L***, mancando qualcuno che le chiedesse qualcosa, si divertiva a vantare un
autore, il cui valore le veniva contestato dal triste consigliere P*** ; R***
faceva, con una stupefacente facilità dei versi esecrabili. Mia madre e quella di mio
marito, straziando il prossimo, proclamavano la misericordia divina. Gli altri giocavano e io ero
spettatrice. Vi assicuro che non recitavo il ruolo peggiore; avevo il piacere di sentire, nel considerare i lati ridicoli di quella
compagnia, che amavo e che ero amata da uno degli uomini più affascinanti del
mondo. La mia vanità era gradevolmente lusingata dalla constatazione che fossero così inferiori a
voi. Quanto vi amavo, in quei momenti! |