LETTERA XLVIII Lo sapevo bene io che, a forza di cercare di fare una conquista, avrei fatto sospirare qualcuno. Le mie grazie colpiscono: mi adorano; e sono attenzioni ben diverse dalle vostre. Voi altri guerrieri, che credete di avere sulle belle dei diritti incontestabili, ci trattate con la stessa barbarie di una città presa d'assalto, e non lasciate alla nostra virtù esitante neppure la gloria di una breve resistenza. Le premure vi annoiano, e vi aspettate tutto dal vostro merito e dalla nostra debolezza. Che le armi cedano il posto alla magistratura! Ritiratevi Colonnello! Ho fatto un bell’acquisto: un avvocatucolo così dolce, così rispettoso, che in un attimo farebbe dimenticare lo scomparso Céladon; mi ha perfino assicurato che se fosse tanto fortunato da piacermi, avrebbe per me, malgrado il fuoco che lo consuma, un rispetto eterno. Il caro ometto! Non ha ancora osato guardarmi negli occhi. Ci voleva proprio un rivale così pericoloso, per scacciarvi dal mio cuore. Voi vi credete troppo affascinante per non riportare sempre la vittoria. Vedete, tuttavia, com'è il cuore di una donna: il mio si è arreso al primo attacco. Come rifiutarlo perciò ad un uomo che promette di non mancarmi mai di rispetto? Vi è qualcosa di altrettanto seducente? Mi dice: "Vi amo", con tanta timidezza e arrossisce tanto dopo avermelo detto, che in quest'avventura, vedendo la mia aria agguerrita e la timidezza dell'avvocato, mi prenderebbero per l'aggressore. È d'altronde un ragazzo dotato di un talento degno di stima. Credete che, come voi, resti alla mia toilette a braccia incrociate, che vi si trovi solo per criticare i miei nastri, o per rendere vane, con le sue follie, le cure prese per l'acconciatura dei capelli?
Non è più il tempo delle illusioni, il momento si avvicina, vi lascerò per sempre, sento che muoio. Non è più una donna debole, travolta dalla passione, che vi scrive; è una sventurata che si pente dei suoi errori, che li vede con orrore, che ne sente tutto il peso, e che tuttavia non può impedirsi di darvi ancora delle prove del suo affetto. Triste resto della mia debolezza! che in preda agli orrori della morte e del timore, mi costringe ancora a pensare a voi. Ho bruciato le vostre lettere, ed è con questo sacrificio che ho iniziato a staccarmi dalla vita. Ho consegnato il vostro ritratto a mani fedeli, e piacesse a Dio che potessi così aver perso qualsiasi ricordo di voi! Quanto sarebbe tranquilla la mia anima! e con quanta dolcezza lascerei una vita di cui non avrete riempito tutti gli istanti! Sì, provo orrore per me stessa, ma quale sarebbe la mia sventura, se non sono un oggetto degno almeno di pietà? Riuscirei a sopportare con gioia i mali presenti, se non ne intuissi dei più tremendi per me! La morte mi chiuderà dunque per sempre gli occhi! quanti tormenti da sopportare prima della fine! quanti ne ho ancora, e quanto poco rimpiangerei la vita, se i miei mali terminassero con la sua fine! Ma, gran Dio! Cosa sarà di me? Cosa avverrà a voi? Vedo in un avvenire di cui non godrò, delle disgrazie che finiscono di uccidermi. Vi vedo, capisco i vostri rimpianti, condivido la vostra disperazione, la sento. Ah, idea funesta! Ecco le mie lacrime scorrono prima delle vostre. Non posso più sopportare il mio dolore. Addio. Possano i vostri giorni essere più fortunati dei miei! Possano i vostri desideri essere esauditi! Addio. Vi perdo per sempre. Pensate qualche volta a me; ma non ricordatevi le mie debolezze. Assicurate Saint-Fer*** che io muoio, come sua amica. Continuate a stargli vicino, affinché voi non restiate solo. Riesce a sentire quanto condivido la sua disperazione? Voletevi sempre bene. Le mie lacrime e la mia profonda emozione mi impediscono di continuare a scrivervi. Abbiate pietà di me, ma abbiate cura di voi. Non ci sarò più forse quando riceverete questa lettera. Addio, bisogna pensare a ben impiegare i momenti che mi restano. Sono giunta all'ultimo dei miei giorni, e mi preparerò a ricevere con fermezza l'ora che vi porrà fine. Addio, addio, addio per sempre. |