inTRAlinea, strumenti

TRADUZIONI, LINGUAGGIO SCIENTIFICO, CONSAPEVOLEZZA LINGUISTICA

Delfino Insolera

Delfino Insolera (1920 - 1987) è stato dal 1960 al 1970 direttore editoriale della casa editrice Zanichelli, diventandone in seguito consulente scientifico e autore.

Il testo proposto è tratto da Come spiegare il mondo, raccolta di scritti di Delfino Insolera, a cura di Claudia Capello, Mino Petazzini, Emanuela Rondoni, Vanna Rossi, Flavio Strada, Giuliana Venturi, Bologna: Zanichelli 1997, pp. 259-267.

Si ringrazia la casa editrice Zanichelli per il permesso di riproduzione.

Norme per i traduttori. Documento interno della Casa Editrice Zanichelli del 1966.

1. RAGIONI DEL TRADURRE

1. 1. Traduzione e cultura scientifica. Se, a quanto sembra oggi, il linguaggio non può più essere considerato come un recipiente che contiene i suoi significati senza interagire con essi, ma piuttosto come uno strumento di pensiero e di ricerca al pari degli strumenti di misura e degli apparati sperimentali, si concluderà che una stretta relazione deve esserci tra la scienza e il suo linguaggio. Che le cose stiano proprio cosi è già confermato dalla facile constatazione che un linguaggio scientifico vigoroso si sviluppa là dove esiste una vigorosa attività di ricerca: come i maggiori laboratori e le più attive equipe di scienziati, per la biologia molecolare, operano in terra anglosassone, così tocca alla lingua inglese di essere strumento di comunicazione e di indagine per chi lavora su quella frontiera della scienza. Ed è interessante osservare che, certo a seguito di un reciproco adattamento secolare tra lingua, civiltà e metodi di indagine, l'inglese sembra ora fatto apposta per convogliare quei messaggi di cui ha bisogno la scienza moderna: e non soltanto perché dal suo vocabolario sa estrarre per ogni oggetto da identificare una parola suggestiva, breve, non carica di equivoca storia filosofico-metafisica, ma anche perché la sua agile sintassi esprime facilmente i nessi logici che servono al metodo sperimentale, e perché esso riesce ad assorbire e a far diventare inglesi parole e frasi provenienti da tutte le lingue del mondo.

Ci si potrebbe limitare alla constatazione di questo fatto: è stato già osservato che la stessa funzione, di lingua di cultura internazionale, è toccata in altri tempi e per altri campi anche all'italiano; e come risultato storico di questo gli Inglesi accettano ancora oggi di usare parole italiane nella terminologia musicale. A noi dunque accettare ora parole inglesi nella terminologia della biologia molecolare1.

Questa conclusione, se accolta pienamente e sistematicamente, porterebbe ai seguenti risultati: l'uso dell'inglese sulle riviste scientifiche e nel congressi internazionali (uso già invalso in tutti i settori dove si sviluppa una moderna ricerca scientifica di frontiera), con possibile estensione a congressi nazionali e all'interno di una ristretta cerchia di specialisti; l'uso di un gergo misto di inglese e italiano nei laboratori, tra studenti e ricercatori; l'esclusione della grande massa della popolazione (non soltanto incolta) da questo conversare cifrato (o meglio, l'aggiunta di una difficoltà linguistica alle difficoltà concettuali da superare per capire ciò che dicono gli scienziati).

Di questi tre risultati, il primo può anche essere considerato innocuo e accettabile: esso può perfino essere comodo per il piccolo gruppo di scienziati particolarmente impegnato negli scambi internazionali. Il secondo e il terzo, che coinvolgono i rapporti tra specialisti e pubblico, sono senz'altro dannosi per la cultura scientifica media: e poiché l'esistenza di una buona cultura scientifica media è difficilmente separabile dall'esistenza di un buon livello di ricerca, quella situazione è in definitiva dannosa per lo stesso sviluppo scientifico del paese.

1.2. L'ideale del bilinguismo perfetto. La biologia molecolare si trova nella fortunata circostanza di poter ancora decidere consapevolmente il proprio destino linguistico, perché si comincia ora a tradurre sistematicamente i suoi testi (o addirittura perché si comincia ora a parlare il suo linguaggio). Una soluzione radicale potrebbe essere: parliamo tutti in inglese quando facciamo della biologia molecolare2. Gli inconvenienti accennati nel paragrafo precedente sarebbero eliminati se tutti avessero l'inglese come seconda lingua: il sapersi esprimere correttamente in una seconda lingua è un'acquisizione che può essere soltanto positiva; vuol dire potersi inserire in un'altra cultura, allargare i propri orizzonti, rompere barriere provincialistiche. Si badi però che, per essere strumento di cultura e di scambio come la lingua materna, la seconda lingua deve essere conosciuta davvero correttamente; bisogna saperla parlare e usarla anche per pensare: al limite, bisogna essere bilingui perfetti. E per evitare l'inconveniente della mancata circolazione di idee nella collettività bisognerebbe che tutti i cittadini del paese fossero bilingui perfetti. Questa situazione, se mai raggiungibile, è certamente molto lontana, e non solo nel nostro paese (anche l'Olanda e i paesi scandinavi ne sono piuttosto lontani: solo gli intellettuali vi sono praticamente bilingui).

La linguistica moderna, poi, sembra dubitare che possa addirittura esistere un bilinguismo perfetto: tra diverse lingue parlate dagli stessi individui si stabiliscono inevitabilmente differenze di impiego e di prestigio3.

Se dunque anche tutti gli Italiani sapessero correntemente l'inglese, non si potrebbe evitare che questo assumesse uno statuto particolare, come lingua dotta della scienza. Resterebbe così il fatto che per gli Italiani, a differenza degli Inglesi, la lingua della scienza non sarebbe la lingua di ogni giorno.

Naturalmente resta augurabile che tutti imparino l'inglese come seconda lingua, per un complesso di ragioni che vanno molto al di là della comunicazione delle idee scientifiche.

1.3. Interferenza tra lingue e sottosviluppo linguistico. Se il bilinguismo perfetto non può essere preso in considerazione, un bilinguismo parziale già esiste e bisogna esaminarne le conseguenze. La linguistica ha riconosciuto da tempo che le lingue sono sistemi sensibili ad ogni reciproca influenza: non c'è contatto tra due lingue che non conduca, in misura maggiore o minore, a un'azione reciproca4.

I risultati di questa azione possono andare dalla morte di una delle due lingue alla nascita di una lingua mista o di un ibrido linguistico.

L'esito dipende da molti fattori: in parte dal substrato economico e culturale che sta dietro a ciascuna delle lingue in contatto, in parte anche dalle caratteristiche strutturali delle lingue. Possiamo dire subito che l'italiano parte sfavorito da entrambi i punti di vista, nel suo confronto con l'inglese come lingua della scienza: perché l'italiano non ha dietro di sé una cultura scientifica fervida come quella dei paesi anglosassoni e perché l'italiano, lingua più ricca di grammatica e ad ordine più libero, appare più debole nelle interferenze con l'inglese, più ricco di sintassi e ad ordine più fisso5.

E dunque prevedibile che le interferenze si verifichino dall'inglese all'italiano e non viceversa: il risultato potrebbe essere uno di quegli ibridi che i linguisti chiamano "sabir" (l'antica Lingua franca" dei paesi mediterranei) o un "pidgin english" (l'inglese della Polinesia)6. Una specie di pidgin english, del resto, è il gergo già in uso in molti laboratori di fisica e di elettronica.

Questa prospettiva aperta dal contatto incontrollato tra inglese e italiano non può considerarsi positiva. Se è vero che la conoscenza della corretta lingua inglese sarebbe sempre una conquista culturale, l'uso di un pidgin english vuol dire disporre di uno strumento di pensiero e di comunicazione deteriore ("outils de communication un peu sommaires", Martinet) e restare confinati nei limiti di una cultura subalterna. Non è un caso se i pidgin e i sabir sono sempre storicamente connessi a una situazione di imperialismo da una parte e di sottosviluppo dall'altra. Non c'è dubbio che almeno in qualche epoca la distinzione tra la grande lingua di cultura e i suoi sottoprodotti ibridi sia stata deliberatamente voluta come strumento di imperialismo. E non c'è dubbio che oggi non si possa attribuire agli scienziati anglosassoni una volontà imperialista. Però i dislivelli si possono stabilire indipendentemente dalla volontà delle parti, o anche per l'atteggiamento stesso dei sottosviluppati.

Un'altra conseguenza dell'uso della lingua franca è la decadenza della lingua nazionale: se il pensiero scientifico moderno dovesse esprimersi da noi in ibrido italo-inglese, l'italiano resterebbe tagliato fuori dagli sviluppi del pensiero scientifico, cioè dalla parte più viva della cultura moderna e quindi perderebbe sempre più la capacità di esprimere tale pensiero. Agli scienziati italiani, e oggi in particolare ai biologi molecolari, spetta dunque anche questa responsabilità: decidere se l'italiano debba rimanere una lingua letteraria e semifossile o se possa essere strumento di un pensiero e di una cultura moderni. Naturalmente non si può pensare di sottrarsi al confronto con l'inglese: si tratta solo di affrontarlo con consapevolezza, imparando seriamente l'inglese da un lato e dall'altro svecchiando l'italiano; introducendovi a ragion veduta tutto ciò che serve, e non soltanto vocaboli ma soprattutto nuove costruzioni sintattiche; insomma gareggiando con l'inglese in espressività e agilità.

1.4. Un danno del sottosviluppo linguistico: la perdita delle metafore. L'uso di parole inglesi non tradotte ("prestito" nel linguaggio dei linguisti) porta spesso a perdita di informazioni. Citeremo un esempio, ormai irrimediabile, dalla fisica: quando lo studente di lingua inglese incontra per la prima volta lo spin dell'elettrone, è guidato dalla parola a rievocare una serie di esperienze già familiari, dall'operazione del filare alla trottola alla rotazione impressa a una palla (che i nostri giocatori chiamano curiosamente "effetto"); per i nostri studenti quella parola è un ideogramma muto e puramente convenzionale. Vero è che i nostri studenti capiscono ugualmente che l'elettrone ruota e accettano di chiamare questa proprietà "spin", come avrebbero accettato di chiamarla "Pierina". Qualcuno potrebbe sostenere che una denominazione astratta è più conveniente, perché in seguito lo studente dovrà imparare che il modello della pallina rotante è inadeguato a descrivere pienamente l'elettrone.

Ma appunto, si tratta di un modello: un modello non è mai identico a ciò di cui è modello e bisogna sapere ugualmente bene quando funziona e quando non funziona più. Ma è inutile sottolineare l'importanza dei modelli nella scienza. La metafora linguistica è una forma primitiva di modello, e non è facile valutarne l'utilità effettiva, perché l'adoperiamo continuamente senza accorgercene.

Un esempio di rilevanza biologica attuale è template. Una traduzione proposta è "templato": si tratterebbe dunque di un prestito con adattamento; ne risulta una parola che può avere benissimo cittadinanza tra le parole italiane, ma in cui la metafora-modello è del tutto perduta. Una traduzione già abbastanza usata è "stampo": questa conserva un valore di metafora, che non è però esattamente quello originale, ed è meno pertinente. Template vuol dire esattamente "sagoma" (stampo si dice mould). Naturalmente se l'uso ormai non ha accolto la parola "sagoma" può essere inutile insistere a proporla.

 

2. ORGANIZZAZIONE DELLA TRADUZIONE

2.1. Principio generale. Dopo quanto si è detto, un primo principio dovrebbe essere: tradurre il più possibile, e nel linguaggio più familiare possibile.

Questo vuol dire: conservare tutti i significati, anche intuitivi e metaforici (eventualmente aggiungere suggestioni, non perderne); quando la parola è nuova in inglese, inventarne una analoga che ben si integri nel sistema fonetico e morfologico italiano; evitare di tradurre parole colloquiali inglesi con parole dotte italiane; evitare le gratuità e le bizzarrie, che generano anch'esse difficoltà di comprensione, e perciò accettare in linea di massima gli usi ormai stabiliti.

2.2. Contro il nazionalismo. Le ragioni qui addotte in favore della traduzione a oltranza dovrebbero essere distinte dalle ragioni nazionalistiche.

Il nostro movente fondamentale è l'esigenza di piena possibilità di comunicazione all'interno e all'esterno mentre il movente nazionalistico è un'irrazionale ostilità verso la cultura straniera, quindi un desiderio di non comunicare.

Certamente la cultura scientifica è essenzialmente internazionale, e tale rimane anche se ognuno la pensa e la costruisce nella propria lingua: la sua internazionalità è garantita dall'universalità delle operazioni di misura su cui essa si fonda e dal carattere ripetitivo e impersonale degli esperimenti che essa prende in considerazione; la sua lingua irriducibilmente internazionale è la matematica, con in più l'apparato di simboli, sigle e formule proprio di ogni ramo della ricerca.

Discende di qui un primo criterio particolare di traduzione: non si tradurranno simboli, sigle e tutto ciò che possa essere considerato come tale. Quindi non si tradurrà DNA in ADN, anche se l'ordine delle parole in italiano è diverso; perché la sigla interessa non tanto come raccolta di iniziali o monogramma, quanto come ideogramma di una determinata struttura chimica, di cui tanto il nome quanto la formula sono troppo complicati per essere citati ogni volta.

Analogo discorso dovrebbe valere per le abbreviazioni degli ammoacidi. La glicina si indicherà con gly anche se le prime tre lettere italiane sono gli; la lisina dovrebbe chiamarsi sempre lys, l'istidina his. Allo stesso modo l'idrogeno si indica con H anche se in italiano non comincia con h.

Un caso un po' diverso è quello dei nomi dei ceppi mutanti di Drosopbila melanogaster. Qui è invalso l'uso di considerare come sigle intere parole dell'inglese corrente, sebbene se ne diano anche le abbreviazioni. Es. il ceppo yellow (sottinteso body), abbreviato in y. Non trattandosi di nomi propri, ma di parole comuni che alludono a caratteristiche morfologiche evidenti, qui la perdita di informazione è assai grave. E vi sono serie difficoltà di pronuncia per il lettore inesperto: straight, cut, rough, ecc.: se accettiamo che si pronunci /straigt/ /kut/ /roug/, addio internazionalità del linguaggio. Le parole inglesi potranno essere conservate ma è necessario che il lettore disponga di una tabella che ne dia le pronunzie e gli equivalenti italiani. La ricerca della pronunzia corretta e un aspetto della consapevolezza linguistica: la cattiva pronunzia è già una degenerazione gergale.

2.3. Contro il purismo. Un'altra distinzione da fare: scopo del tradurre non deve essere la "difesa dell'italiano". Chi si propone di "difendere" una lingua ha in mente un modello di quella lingua e vorrebbe respingere tutto ciò che non entra nel modello. Il modello è di solito un particolare stadio dell'evoluzione storica della lingua: per i nostri puristi è stato di volta in volta il Trecento o il Cinquecento o l'Ottocento. Ma nemmeno ha senso proporsi di "difendere" lo stato attuale della lingua. Tradurre vuol dire anche "indurre" nella lingua nuove strutture. Sarebbe sbagliato concepire il tradurre come un voler forzare l'inglese, che esprime i contenuti nuovi della scienza perché mobile e dinamico, entro la cornice rigida di un italiano statico e arcaico. Bisogna proporre nuove espressioni e nuove strutture e allargare la libertà della lingua.

Un solo criterio generale può guidare le proposte: che siano meditate e consapevoli, e che di ognuna si possa dare una ragione linguistica plausibile (la ragione non può ridursi al "gusto" del proponente).

Bisognerebbe abituarsi a considerare un fatto normale che si propongano frequentemente novità linguistiche; e naturalmente chi fa le proposte deve avere anche il coraggio di metterle in pratica nel suo ambiente. L'ambiente comune del paese provvederà alla selezione, facendo sopravvivere alcune forme ed eliminando le altre.

Dovrebbe essere chiaro con questo che non si pensa a un'imposizione autoritaria di parole da usarsi obbligatoriamente, secondo l'ideale di molti puristi: ideale che fortunatamente è di solito frustrato dai fatti, ma che può ugualmente portare gravi danni all'attività scientifica. Alla massima libertà e facilità di far proposte deve corrispondere la massima prontezza nel riconoscere il verdetto dell'ambiente.

2.4. Politica della traduzione. Dopo le premesse fatte è chiaro che non si tratta di intervenire autoritariamente per dire qual è la traduzione "giusta" di ogni termine del linguaggio biologico.

Resta però l'opportunità di un intervento coordinatore e organizzatore, con i seguenti obiettivi:

L'ente coordinatore raccoglierà le proposte di nuovi termini (o nuove definizioni) che gli perverranno, le vaglierà, deciderà se farle sue e ne preparerà egli stesso. Le proposte dovranno essere formulate secondo norme fisse, corredate dell'opportuno materiale documentarlo. Non è detto naturalmente che si debba raccomandare sempre un solo modo di dire: spesso si potrà lasciare al gusto di ciascuno la scelta tra più di una parola per lo stesso oggetto. In questi casi, però, sarà bene segnalare se vi siano ragioni a favore dell'una piuttosto che dell'altra: e sarebbe sempre bene poter conoscere dati statistici sull'uso e sapere quali siano le forme preferite di fatto dai parlanti. Le parole o le locuzioni raccomandate dovranno essere portate a conoscenza degli interessati, cioè in qualche modo pubblicate. Potranno essere pubblicate come documenti ufficiali o come edizioni private, ogni proposta in un opuscolo o raccolte in un volume che costituisca un autorevole glossario della biologia moderna. Quest'ultima possibilità dovrebbe essere attentamente considerata: un dizionario bilingue o plurilingue, con definizioni rigorose e eventualmente consigli sull'uso, sarebbe uno strumento di somma utilità per traduttori, interpreti e anche studenti.

Certo non bisogna equivocare sulla natura e l'efficacia degli interventi di questo ipotetico ente coordinatore. Non si deve pensare che esso faccia la lingua. Esso dovrebbe soltanto richiamare l'attenzione sui fatti linguistici, suscitando così quella consapevolezza linguistica che è forse l'indice principale della vitalità di una cultura e che è la forza della lingua inglese; contrariamente a quanto spesso si crede, e in apparente contrasto con la sua flessibilità e dinamicità, l'inglese è una delle lingue meglio definite e regolamentate, ricchissimo di pregevoli dizionari e di studi su se stesso, dalla fonetica alla frequenza statistica delle parole.

La vera creazione linguistica, poi, vien fatta da chi scrive e soprattutto da chi parla: avverrà quindi nelle università e nei laboratori, dove studiosi e tecnici devono comunicare tra loro.

 

3. CONCLUSIONE

Il problema di cui si è parlato è certo marginale nel più vasto orizzonte della scienza; questa può progredire benissimo anche se la lingua italiana restasse incapace di esprimerla.

Si è voluto far vedere però che questo problema può avere forse conseguenze di vasta portata per noi come individui e per la società in cui viviamo.

Della traduzione, dei traduttori e dei loro problemi si è tante volte parlato, ma quasi sempre con l'occhio rivolto esclusivamente alla traduzione letteraria: l'opera più recente e sistematica sulla traduzione, quella del Mounin, dedica alla traduzione tecnico-scientifica otto pagine su 220, per riconoscere appunto che essa ha problemi propri, a torto trascurati7.

La traduzione scientifica in un'epoca di rapido sviluppo delle conoscenze scientifiche (e in un campo nuovo come quello della biologia molecolare) ha un compito assai diverso da quello che normalmente si attribuisce a una traduzione; non può limitarsi a cercare in una lingua gli equivalenti di quanto espresso nell'altra, ma deve prolungare le strutture di una lingua in modo che abbraccino nuove idee e nuovi processi mentali che vengono elaborati nell'altra.

La traduzione scientifica è oggi dunque in gran parte invenzione e creazione. Sarebbe bene che gli scienziati assumessero con franchezza e con energia questa funzione di plasmatori del linguaggio, che la storia assegna oggi a loro e che è stata in altri tempi di letterati, giuristi e filosofi: nell'esercizio di questa funzione si incontreranno con i poeti, eterni ma non sistematici creatori di linguaggio.

E speriamo che sappiano essere essi stessi poeti.

 

NOTE

1 Queste considerazioni erano state fatte anni fa per la genetica, vedi Montalenti, Terminologia della genetica, in "Lingua Nostra", 1940, pp. 10-12.

2 È quello che auspica Buzzati Traverso, in un articolo (Dal latino all'inglese, "Corriere della Sera", 7 settembre 1965), nel quale documenta i diritti dell'inglese a presentarsi come la lingua della scienza d'oggi, senza affrontare però il problema della comunicazione fra scienziati e non scienziati.

3 A. Martinet, Eléments de linguistique généra1e, Paris, 1960, p. 171.

4 J. Vendryes, Le langage, Paris, 1923, pp. 330 sgg.

5 J. Vendryes, p. 346; A. Martinet, p. 175.

6 A. Martinet, p. 167.

7 G. Mounin, Teoria e storia della traduzione, Torino, 1965, pp. 170 sgg.